Ogni miniatura medievale è un racconto costruito con immagini. Imparare a leggerlo significa scoprire che nulla è stato lasciato al caso.
Ci sono opere che colpiscono immediatamente per la loro bellezza e altre che, invece, chiedono tempo. Le miniature medievali appartengono a questa seconda categoria. Un primo sguardo può essere sufficiente per apprezzarne l’eleganza, la ricchezza dei colori o la raffinatezza della decorazione, ma difficilmente basta per comprenderne il significato più profondo. Come accade per un testo scritto in una lingua antica, anche un’immagine miniata possiede un proprio lessico, una propria grammatica e un modo particolare di raccontare.
È per questo che un manoscritto non si osserva soltanto: si legge.
Nel precedente articolo abbiamo seguito la storia di Didone, dalla fuga da Tiro alla fondazione di Cartagine, fino all’incontro con Enea e alla tragedia narrata da Virgilio. Ora il nostro percorso cambia prospettiva. Le parole del poeta latino rimangono sullo sfondo, mentre davanti ai nostri occhi si apre una pagina miniata dei Trionfi di Francesco Petrarca, realizzata nel Quattrocento e oggi conservata presso la Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna.
La domanda non è più «che cosa accade a Didone?».
La domanda diventa un’altra: che cosa ha scelto di mostrarci il miniatore?
È una differenza sottile, ma decisiva.
Un miniatore ha a disposizione uno spazio limitato. Deve condensare una vicenda complessa in un’unica immagine, scegliendo quali elementi conservare e quali sacrificare. Ogni figura, ogni gesto e ogni colore assumono quindi un valore preciso, perché nulla può essere affidato al caso.
Questo è particolarmente evidente per le miniature tratte da I Trionfi che abbiamo selezionato.
Per questo motivo il modo in cui osserviamo una miniatura è importante quanto la miniatura stessa.





