Il codice nei colori nella Divina Commedia Marciana

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Il blu nel Medioevo: pigmenti, simboli e potere nelle miniature medievali

Nel Medioevo il colore blu non era una semplice scelta estetica. Era un segno di prestigio, sacralità e potere, soprattutto nelle miniature medievali e nei grandi cicli pittorici tra XIII e XIV secolo.

Il blu funzionava come un vero linguaggio visivo, comprensibile a chi sapeva leggere le immagini.

I due pigmenti principali utilizzati nel Medioevo erano l’oltremare e l’azzurrite.
L’oltremare era il blu più prezioso. Proveniva quasi esclusivamente dai lapislazzuli estratti nelle miniere del Badakhshan, nell’odierno Afghanistan. Giungeva in Europa attraverso lunghi e complessi percorsi commerciali che attraversavano il Medio Oriente e il Mediterraneo. Questo viaggio, già di per sé, lo rendeva più prezioso dell’oro a parità di peso.

L’azzurrite, invece, era un minerale più comune, reperibile anche in Europa. Il suo blu era intenso ma instabile: tendeva a scurire o a virare nel tempo. Per questo veniva utilizzata con maggiore cautela, soprattutto nelle miniature.

Il processo produttivo era lungo e complesso. La pietra veniva spezzata e macinata fino a ridurla in una polvere finissima, utilizzando prevalentemente l’energia umana.

Seguiva una fase di separazione: la parte blu veniva isolata dalle impurità, come calcite e pirite, attraverso lavaggi e impasti con cere e resine, per ottenere un pigmento sempre più puro.

Le prime estrazioni fornivano il blu migliore, il più saturo e luminoso, destinato alle figure centrali. Le successive producevano un blu meno intenso, riservato agli elementi secondari.

Nei contratti medievali per la realizzazione dei manoscritti compaiono spesso clausole precise sull’uso del blu. Il miniatore non decideva liberamente: gestiva un materiale sacro, costoso, carico di significato simbolico.

Il dialogo tra blu e oro è uno degli elementi più potenti dell’arte medievale. L’oro riflette la luce, il blu la assorbe e la rende profonda. Insieme non rappresentano il mondo, ma lo trascendono.

Nei contratti medievali con cui veniva commissionato un manoscritto, non era raro trovare clausole precise: il committente forniva il blu oppure ne autorizzava l’uso solo per determinate figure (Cristo, la Vergine, il cielo).

Il miniatore non “sceglieva” liberamente: amministrava una materia sacra e costosissima.

Nelle miniature medievali, il blu non era mai pensato da solo. Il dialogo con l’oro era essenziale:

  • l’oro riflette la luce,
  • il blu la assorbe e la approfondisce.

Insieme non imitano il mondo visibile, ma lo superano.

Per questo il blu, ottenuto con tanta fatica, diventa il colore del cielo, della trascendenza, della verità che non muta.

Usare il blu oltremare significava:

  • dichiarare un’importanza teologica
  • mostrare potere economico
  • investire nel tempo

Il blu oltremare è infatti uno dei pigmenti più stabili mai prodotti.

È lo stesso principio che guida oggi la realizzazione dei manoscritti in facsimile: l’uso di carte speciali e inchiostri altamente stabili per garantire valore nel corso dei decenni, dei secoli.

Per questo il blu, non solo nei manoscritti ma anche nelle grandi opere pittoriche, viene riservato ai soggetti decisivi.

Ad esempio, l’abito di Cristo appare frequentemente in blu: in Duccio di Buoninsegna nelle Storiette della Maestà, in Giotto nella Cappella degli Scrovegni e nei Lorenzetti negli affreschi della Basilica Inferiore di Assisi.

Un blu che diventa linguaggio: racconta fede, potere e bellezza senza tempo, e spiega perché il colore blu nelle miniature medievali sia uno dei segni più forti dell’arte del Medioevo.

I colori nelle miniature della Divina Commedia Marciana

Nella Divina Commedia Marciana il colore non è mai solo decorativo.
È un vero e proprio sistema di lettura, un codice che permette di comprendere immediatamente:

  1. il ruolo dei personaggi
  2. la situazione di Dante
  3. il luogo fisico o metafisico in cui l’azione si svolge

Senza entrare in una lettura esaustiva (e senza spoilerare troppo), ecco alcuni esempi significativi.

1. Il ruolo dei personaggi

Nelle miniature il contrasto tra il bene e il male, tra i beati e i dannati, è immediatamente leggibile.

Nell’Inferno, in particolare, i dannati, i demoni e lo stesso Lucifero vengono resi “altro” rispetto a Dante, che è vivo, e a Virgilio.

Il tratto cromatico più costante è la pallidezza: corpi chiari, lividi, quasi traslucidi, talvolta attraversati da viraggi grigio-verdastri. È un linguaggio visivo preciso, che comunica:

  • privazione di pienezza, cioè non sono “pieni” come i vivi o come le figure guida
  • assenza di luce vera: non c’è calore, non c’è vitalità
  • umanità ridotta a “ombra”: presenza senza vita

La Divina Commedia Marciana si caratterizza per due grandi miniature dedicate a Lucifero. In entrambe il corpo è reso con un colore pallido-giallastro; ciò che cambia, in modo significativo, è la testa.

Nella prima, folio 25, Lucifero è raffigurato mentre mastica Giuda. La testa è rossa, colore dell’odio, in aperta contrapposizione all’amore divino.

In questa scena Dante è miniato in blu due volte: la prima quando, atterrito, contempla Lucifero; la seconda quando, capovolto, utilizza il corpo del demonio come strumento per risalire verso il Purgatorio.

Nella seconda miniatura, folio 26, Lucifero è raffigurato a tutta pagina. La testa assume un colore giallastro, bianco-giallo come il corpo: un colore che diventa simbolo di impotenza e invidia, in contrapposizione alla potenza divina.

Il male, qui, non è più furia: è sterilità.

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2. La situazione di Dante nelle miniature della Divina Commedia Marciana

Blu

All’inizio Dante è rappresentato con una veste blu, in contrasto con i colori con cui è raffigurato Virgilio e soprattutto con quelli utilizzati per i dannati e le altre figure. Siamo nell’Inferno: non c’è cielo e, soprattutto, non ci sono stelle. Quelle si rivedranno dopo. Tutti ricordiamo il celebre verso: «E quindi uscimmo a riveder le stelle» (Inferno XXXIV, 139), l’ultimo verso dell’Inferno.

Il blu indica attenzione, lucidità, capacità di vedere e comprendere.

Dante è vivo, ma non è un uomo “qualsiasi”: è colui che guarda e che dovrà ricordare.

Il blu lo qualifica come coscienza vigile, non come personaggio immerso nell’azione.

Il blu lo separa dal mondo dei dannati. Nelle stesse scene i dannati sono pallidi, lividi, svuotati; i demoni non emergono cromaticamente; lo spazio infernale è terroso, freddo.

Il blu di Dante crea una distanza ontologica: lui è nel luogo, ma non appartiene a quel luogo. Visivamente non viene assorbito dall’Inferno.

Il blu è anche il colore della sospensione. Nel Medioevo il blu è il colore del cielo, dell’interiorità, di ciò che non è ancora compiuto. Dante, all’inizio, è esattamente questo: non è dannato, non è salvo, non è trasformato.

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Rosso

Dante compare in rosso per la prima volta nel folio 8, quando si trova tra gli eretici e al cospetto di Papa Anastasio II, collocato da Dante fra questi peccatori perché lo riteneva colpevole di aver riammesso alla Comunione Fotino, un vescovo/patriarca ritenuto eretico.

La punizione per gli eretici consisteva, come si vede anche nell’altra miniatura dello stesso folio, nell’essere rinchiusi in sepolcri di pietra infuocati, aperti come tombe di un immenso cimitero, perennemente lambiti dalle fiamme.

In questo caso Dante è miniato in rosso perché non è più solo un pellegrino: assume una funzione di giudizio e verità.

Il rosso, nel Medioevo, è il colore del fuoco, del sangue, della parola profetica.

Davanti ai sepolcri infuocati Dante non apprende, come accade nel blu, riconosce e misura l’errore dottrinale.

Il suo abito entra in risonanza cromatica con il fuoco degli eretici: la verità contro la falsa verità.

Verde

Passando per alcune miniature con Dante in giallo e in rosa, arriviamo finalmente al Paradiso, con Dante miniato prevalentemente con un tabarro verde sotto un cielo blu illuminato dalle stelle in oro.

Prevalentemente perché, sempre nel Paradiso, Dante compare anche con un tabarro di colore rosso, probabilmente per sottolineare le forti emozioni in conseguenza di un evento particolare, come ad esempio la vista di Beatrice.

Nel Medioevo il verde era il colore della rinascita, e anche in questo caso Dante rinasce come uomo nuovo.

Nel Paradiso, riprendendo il pensiero iniziale, il blu viene usato per il cielo e per le figure divine chiave: la Madonna, presenza centrale e visibile del Paradiso, e Gesù Cristo, come ad esempio nelle bellissime immagini dei folio 76 e 77.

Il verde utilizzato serve per rimarcare il percorso rigenerativo compiuto da Dante e la differenza con la Divinità.

3. Il luogo fisico o metafisico

Qui chiudiamo l’articolo riprendendo l’inizio: il blu, nella Divina Commedia Marciana, è utilizzato per rendere immediatamente visibile la differenza tra il Paradiso, dove risiedono le anime dei beati, a differenza del Purgatorio e dell’Inferno, luoghi metafisici non ancora toccati da questa beatitudine.

L’utilizzo del blu nelle bellissime miniature a tutta larghezza presenti nella parte finale del manoscritto è testimonianza della potenza del Dio Creatore e sempre in blu sono miniate le figure divine della Madonna e di Gesù Cristo.

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Divina Commedia Marciana


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