La Chartula di San Francesco – Storia e restauro
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Antiquus
di Maria Giovanna Fadiga
Il Signore ti benedica e ti custodisca.
Mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te. Volga a te il suo sguardo e ti dia pace.
Il Signore ti dia la sua grande benedizione.
Sono parole potenti ma familiari, al tempo stesso confortanti e rassicuranti, nate in un’epoca in cui la lotta quotidiana era davvero ardua, parole di un personaggio la cui levatura è rimasta intatta nei secoli. Vergate dalla mano di San Francesco su un frammento di pergamena e conservate in un sacchetto di cuoio vicino al cuore da Frate Leone, suo compagno e primo seguace, sono divenute oggetto di venerazione: una vera e propria reliquia. Quando nel 1997 un devastante terremoto distrusse parte della Basilica di Assisi, anche la chartula di San Francesco ivi conservata ne fu colpita. Fu così che questo prezioso documento venne affidato alle cure e al restauro di un’importante istituzione, l’Istituto Centrale di Patologia del Libro di Roma (ICPAL). In quell’occasione ebbi modo di entrare in contatto con quel sacro cimelio.
Più che raccontare che cosa sia la chartula — su cui non aggiungerei nulla di nuovo — desidero ricordare il percorso che mi ha portato a scoprirla e ad intrecciare le mie conoscenze sui materiali, maturate in un contesto geografico e culturale molto lontano. In quel periodo, infatti, ero appena rientrata da una lunga permanenza in Corea, dove avevo potuto apprezzare un prodotto artigianale di altissimo livello, caratteristico della produzione cartaria di quel Paese: la carta hanji. Si tratta di una carta ricavata dalla fibra del gelso, di qualità eccellente, eccezionalmente resistente e durevole, tanto da essere definita dai coreani “la carta dei mille anni”. Nel corso della storia l’Hanji è stata impiegata nei più diversi ambiti, quotidiani e raffinati: oltre all’uso scrittorio, nella produzione di tessuti, manufatti, mobili e molto altro. Le sue caratteristiche mi colpirono immediatamente poiché la rendevano ideale per gli interventi di restauro. Dalla carta hanji alla chartula del Santo di Assisi il passo fu breve.
Va ricordato che le carte orientali sono prodotti davvero unici: la carta nasce proprio in Estremo Oriente, in Cina, e percorre la Via della Seta da Oriente a Occidente fino a giungere, nell’alto Medioevo, nel nostro mondo. In un certo senso, dunque, tornavo alle radici, adoperandomi per il suo riconoscimento nel settore scientifico del ripristino librario. La certificazione ufficiale della validità della carta hanji per il restauro conservativo fu il naturale sviluppo di questa complessa e convinta mediazione culturale, in virtù del mio ruolo diplomatico a Seoul. Il mondo del restauro conosceva già un prodotto analogo di altissima qualità, la carta giapponese, ma la carta coreana non si sovrappose ad essa; al contrario la completò, rivelandosi adatta per operazioni più “robuste”. Era proprio il caso del restauro della pergamena della cartula, che presentava diverse lacune da consunzione sui bordi da emendare, e che venne restaurata in maniera magistrale dall’ICPAL. Una volta riportata la reliquia alle condizioni più vicine possibile al suo stato originario, essa venne esposta nello stesso Istituto, che divenne meta di pellegrinaggi di fedeli, ecclesiastici, studiosi, giornalisti e molti altri. Il ricordo di questo percorso, culturale e di fede al tempo stesso, è raccolto in una pubblicazione: si tratta del volume La Chartula di San Francesco – Storia e restauro, che contiene in maniera esaustiva le testimonianze e i racconti di tutti coloro che vi presero parte. E soprattutto, al volume è allegato il facsimile della chartula, che rivive in questa edizione unica e irripetibile, permettendo anche a noi di far nostre le parole di Francesco con la stessa consuetudine di frate Leone.
Il facsimile era originariamente inserito sul retro di questa pregevole volume e conservato in una bustina realizzata con carta hanji, a testimoniare ancora una volta l’unità dei due materiali e l’abbraccio indissolubile fra passato e presente, fra Oriente e Occidente, in un intento di collaborazione davvero straordinario.
Forse San Francesco stesso — uomo ironico e spiritoso, come lo descrivono i Fioretti — che aggiunse sulla stessa pergamena con garbata ironia il proprio ritratto con il cappuccio e la barba lunga, sarebbe stato il primo ad apprezzare compiaciuto questo insolito incrocio di culture.
Maria Giovanna Fadiga



