di Eugenio Fusignani — Vicesindaco di Ravenna
Manzoni, Mazzini e Dante: la lingua come fondamento dell’Italia
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Antiquus
La relazione di Alessandro Manzoni, “Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla”, presentata all’Accademia della Crusca nel 1868, rappresenta uno dei momenti chiave della riflessione culturale post-Risorgimento.
Ma prima di tentare qualche riflessione di merito, sento il dovere di ringraziare Andrea Giovanetti per il lavoro di Antiquus che, con la sua attività, ha permesso di far rivivere documenti importanti del passato, utili a comprendere meglio il cammino di progresso civile, morale e politico dell’Italia.
La costruzione dell’Italia unita, infatti, viene quasi sempre raccontata come un processo politico e militare del Risorgimento, ignorando che possiede anche una fondamentale dimensione culturale.
Non a caso il pensatore politico più famoso e il patriota più attivo del XIX secolo, Giuseppe Mazzini, trovò spunto per la sua costruzione ideale proprio da Dante Alighieri.
Le sue riflessioni sul ruolo di Dante, espresse nel 1826 nel saggio “Dell’amor patrio di Dante”, avevano già sottolineato l’importanza della lingua come elemento identitario: un popolo senza lingua comune non è sovrano.
La relazione di Alessandro Manzoni, “Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla”, quarantadue anni più tardi, riprende e sviluppa questo principio, traducendolo in un progetto concreto.
Manzoni affronta il problema dell’unità linguistica con un’ottica pragmatica e concreta, rivolgendo la sua attenzione soprattutto all’individuazione di strumenti efficaci (la scuola, la stampa, la letteratura) per diffondere una lingua comune.
La sua scelta ricade sulla lingua fiorentina ma, a differenza di Mazzini che guarda al volgare dantesco del Trecento, Manzoni indica quella del Seicento. Sceglie cioè la lingua dei grandi autori, chiara e armoniosa, perché ritenuta un modello stabile e comprensibile, in grado di superare la frammentazione dialettale e favorire una comunicazione uniforme tra cittadini di regioni diverse.
In altre parole, Manzoni concepisce la lingua come uno strumento pratico di coesione civile e culturale, a differenza di Mazzini che, invece, adotta un approccio più ideale e morale.
Nel suo elogio di Dante, per Mazzini la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma un simbolo di identità nazionale e di responsabilità civica. Dante rappresenta la coscienza storica e morale dell’Italia e, in questo senso, la sua opera non serve solo a unificare culturalmente gli italiani, ma a educarli a valori di patriottismo e di impegno civile. Per Mazzini, dunque, la lingua ha un valore etico e politico, capace di formare cittadini consapevoli della loro missione storica.
Nonostante le differenze di approccio, Manzoni e Mazzini condividono la convinzione fondamentale che l’Italia non può dirsi unita senza un legame culturale e linguistico.
E per entrambi quel legame è la lingua, vero collante della nazione, capace di trasformare una comunità politica in una comunità culturale e morale. Se per Mazzini l’esempio di Dante educa all’identità e alla coscienza civica, per Manzoni la diffusione della lingua fiorentina attraverso strumenti concreti realizza questo obiettivo.
Dante diventa così il simbolo che unisce le due visioni: il poeta è al contempo modello linguistico e guida morale. La sua lingua incarna il passato culturale comune e offre agli italiani un punto di riferimento per il presente e per il futuro.
L’unificazione linguistica è strettamente legata all’unità morale e civile della nazione.
Parlare, leggere e scrivere in una lingua comune significa condividere valori, memoria storica e tradizioni. La lingua italiana diventa uno strumento di identità, coesione e cittadinanza, capace di completare l’opera del Risorgimento, trasformando la penisola in una nazione unita non solo politicamente, ma anche culturalmente e moralmente.
Manzoni e Mazzini offrono dunque due prospettive complementari sulla stessa sfida: l’Italia ha bisogno di una lingua comune per consolidare la sua unità, ma questa lingua deve incarnare sia strumenti concreti di comunicazione sia valori etici e civici condivisi.
La convergenza tra il pragmatismo di Manzoni e l’idealismo di Mazzini rende evidente come la lingua non sia solo uno strumento di comunicazione, ma il vero cemento di una nazione.
In conclusione, voglio ringraziare ancora una volta Antiquus per il prezioso lavoro di recupero e divulgazione di testi come questa relazione manzoniana, che ci permette di comprendere e approfondire le radici culturali della nostra identità nazionale.
Eugenio Fusignani
Eugenio Fusignani è stato Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Ravenna, Presidente della Provincia di Ravenna e Senatore della Repubblica Italiana. Studioso e appassionato di storia e cultura italiana, collabora con Antiquus nella valorizzazione del patrimonio culturale e linguistico del nostro Paese.


