San Francesco: l’intransigenza che non giudica

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A ottocento anni dalla morte, il paradosso di un uomo radicale nelle proprie scelte e aperto verso gli altri

Nel corso del 2026 ho dedicato diversi articoli del blog a San Francesco. L’ottavo centenario della sua morte, avvenuta nel 1226, è un’occasione preziosa per tornare a osservare l’uomo e il Santo. Una figura complessa, affascinante e profonda, che dopo ottocento anni continua a essere seguita, studiata e amata e offre ancora domande, argomenti e spunti di riflessione.

Scrivere di San Francesco, però, è una sfida. Lo fu fin dall’inizio, quando Tommaso da Celano, anche lui frate francescano, redasse tra il 1228 e il 1229 la prima biografia ufficiale del Santo, a pochissima distanza dalla sua morte.

La sua immagine è conosciuta da tutti: il Santo povero e mite, vicino agli ultimi, capace di parlare agli uccelli e di chiamare fratelli il sole, il vento e il fuoco. Dietro questa figura familiare si nasconde un uomo molto più inquieto, esigente e persino duro di quanto racconti l’immaginario popolare.

Il problema nasce anche dalle fonti francescane. San Francesco ci ha lasciato un insieme piuttosto contenuto di scritti: Regole, lettere, preghiere, ammonizioni e il Testamento. Non ha scritto un’autobiografia e gran parte di ciò che conosciamo della sua vita proviene dalle biografie e dalle testimonianze composte dopo la sua morte.

Un Santo raccontato e riscritto

Come accennato, il primo biografo ufficiale di San Francesco fu Tommaso da Celano, un frate che aveva conosciuto il fondatore ed era entrato nell’Ordine quando Francesco era ancora in vita.

Nel 1228, a soli due anni dalla morte del Santo, Papa Gregorio IX gli affidò la redazione della Vita prima, la prima biografia ufficiale di San Francesco. Il testo nacque in prossimità della canonizzazione e aveva anche lo scopo di presentare Francesco come un modello di santità riconoscibile e conforme alle esigenze della Chiesa.

Tra il 1246 e il 1247 Tommaso da Celano compose una seconda biografia, il Memoriale, conosciuto come Vita seconda. La nuova opera raccolse testimonianze e ricordi dei compagni più vicini a San Francesco, tra i quali Leone, Angelo e Rufino, e restituì un ritratto più ricco e articolato del fondatore.

Accanto alle biografie ufficiali circolavano altri racconti: memorie dei primi compagni, tradizioni orali, episodi non accolti nelle vite approvate dall’Ordine e testi che offrivano immagini diverse di San Francesco. Non sempre queste fonti francescane concordavano. Alcune insistevano sulla povertà assoluta, altre sull’obbedienza alla Chiesa, altre ancora sui miracoli o sulla conformità del Santo a Cristo.

Nel frattempo, l’Ordine francescano era cresciuto. La piccola fraternità delle origini era diventata una realtà diffusa in tutta Europa, presente nelle città, nelle università e nelle strutture ecclesiastiche.

Era diventato una multinazionale.

Il modo di vivere pensato da Francesco doveva confrontarsi con esigenze che il fondatore non aveva previsto e non avrebbe accettato senza resistenze. Le fonti documentali testimoniano questa continua tensione tra la primigenia povertà e gli adattamenti necessari alle mutate dimensioni ed organizzazione, anche con San Francesco in vita.

Tant’è che lasciò la guida dell’Ordine da lui stesso creato nel 1220.

Nel 1260 il Capitolo generale di Narbona affidò a Bonaventura da Bagnoregio, Ministro generale dell’Ordine e grande teologo, il compito di scrivere una nuova biografia di San Francesco. La “Legenda maior” fu presentata e approvata dal Capitolo generale di Pisa nel 1263. Tre anni dopo, il Capitolo di Parigi ordinò che le biografie precedenti fossero ritirate e distrutte, affinché l’opera di Bonaventura diventasse il racconto ufficiale e unitario della vita del fondatore.

Questo non significa che Bonaventura abbia inventato un altro San Francesco. La Legenda maior si fonda in gran parte sulle fonti precedenti, ma seleziona gli episodi, li ordina e li interpreta alla luce delle necessità spirituali e istituzionali dell’Ordine francescano del suo tempo.

Alcuni aspetti furono valorizzati, mentre altri passarono in secondo piano o furono omessi.

Ogni biografia ci parla dunque di San Francesco, ma anche dell’epoca, delle intenzioni e delle esigenze di chi lo racconta. Dietro il Santo consegnato alla devozione occorre cercare, con prudenza, l’uomo concreto.

La radicalità di San Francesco: severo con sé stesso, misericordioso con gli altri

Tra i tratti che più colpiscono nella personalità di San Francesco vi è un’apparente contraddizione: una determinazione estrema, capace talvolta di diventare intransigenza, unita a una sorprendente capacità di accogliere persone molto diverse da lui.

Forse, però, non si tratta di una vera contraddizione.

Francesco era intransigente verso ciò che poteva rendere l’uomo schiavo: il denaro, il possesso, il prestigio, il potere e persino la cultura, quando diventava motivo di superiorità. La sua intransigenza non nasceva dal disprezzo delle persone, ma dal timore che quei beni potessero prendere il posto di Dio e privare l’uomo della propria libertà.

Era severo con sé stesso e con coloro che avevano scelto di condividere la sua Regola. Non pretendeva, però, che tutti vivessero come lui e non trasformava la propria scelta di povertà in un diritto a giudicare gli altri.

Questa distinzione emerge con chiarezza nella Regola di San Francesco del 1223.

Francesco prescrive ai frati di indossare abiti poveri e rattoppati, ma subito aggiunge che non devono «disprezzare e giudicare gli uomini» vestiti con abiti raffinati e abituati a cibi e bevande ricercati.

È un passaggio straordinario.

Francesco non attenua la propria scelta per adattarla al comportamento degli altri, ma non usa la povertà francescana per sentirsi migliore.

Rinuncia alla ricchezza senza disprezzare i ricchi.

Condanna il dominio esercitato dal denaro, non la dignità della persona che lo possiede.

Potremmo sintetizzare così il suo atteggiamento: inflessibile verso ciò che considerava un idolo, misericordioso verso l’uomo che ne subiva la seduzione.

San Francesco e il denaro: una durezza che oggi può urtare

Il rapporto tra San Francesco e il denaro mostra uno dei lati più radicali del suo carattere.

La tradizione ha condensato questa avversione nella celebre espressione “sterco del diavolo”, spesso attribuita al Santo. Nei suoi scritti il concetto è formulato con parole diverse, ma non meno forti. Nella Regola non bollata del 1221, Francesco afferma che il denaro non deve essere considerato più utile delle pietre e, se trovato, deve essere trattato come polvere da calpestare.

La Regola vietava ai frati di ricevere denaro, sia direttamente sia attraverso intermediari. Per il proprio lavoro potevano accettare ciò che era necessario per vivere, ma non monete. Francesco temeva che la ricompensa economica potesse diventare la ragione del lavoro e sostituire lo spirito di servizio e di fraternità.

Una delle fonti agiografiche racconta un episodio che oggi può apparire eccessivo. Alcune monete erano state lasciate sull’altare della chiesa di Santa Maria degli Angeli alla Porziuncola. Un frate le raccolse per gettarle fuori dalla finestra, ma Francesco lo rimproverò perché aveva comunque toccato il denaro. Gli impose quindi di raccoglierlo di nuovo con la bocca e di deporlo sullo sterco di un asino. L’episodio è ricordato anche dalla Rivista della Basilica di San Francesco.

È un gesto duro, persino urtante per la nostra sensibilità. Rivela quanto San Francesco temesse il potere della ricchezza. Figlio di un mercante e cresciuto in un ambiente commerciale, conosceva bene il fascino del denaro e la sua capacità di condizionare le scelte umane. Aveva compreso che non sempre è l’uomo a possedere la ricchezza: spesso è la ricchezza a possedere l’uomo.

Eppure, nella stessa Regola in cui chiedeva ai frati di rinunciare al denaro e a ogni proprietà, Francesco vietava loro di giudicare chi viveva in modo diverso. La povertà francescana era una scelta radicale richiesta a sé stesso e a chi aveva deciso di seguirlo, non uno strumento per condannare il prossimo.

San Francesco proibiva davvero i manoscritti?

Anche il rapporto tra San Francesco e i libri richiede alcune precisazioni.

Nel Medioevo un manoscritto era un oggetto costoso. La sua realizzazione richiedeva pergamena o carta e il lavoro di copisti e legatori, ai quali si aggiungevano, nel caso dei codici più preziosi, rubricatori e miniatori. Possedere una raccolta di manoscritti significava quindi disporre di un patrimonio, ma anche appartenere a un’élite culturale.

San Francesco guardava con sospetto il desiderio dei frati di possedere libri. Alcune fonti francescane legate alle memorie dei primi compagni raccontano di un novizio che chiese più volte di poter avere un salterio e di un ministro che desiderava conservare alcuni volumi. Francesco oppose resistenza perché temeva che il libro potesse trasformarsi in una proprietà e che la cultura diventasse fonte di prestigio, orgoglio o ambizione ecclesiastica.

Non emanò, però, un divieto assoluto contro ogni libro o manoscritto. La Regola consentiva ai chierici di avere i breviari necessari per recitare l’ufficio. Il problema non era il libro in sé e neppure la conoscenza, ma il valore che veniva loro attribuito e l’uso che se ne faceva.

Soprattutto, Francesco non disprezzava la parola scritta. Nel suo Testamento chiese che i nomi e le parole di Dio, se trovati in luoghi indecorosi, fossero raccolti e collocati «in luogo decoroso». Invitò inoltre a onorare i teologi e coloro che trasmettevano le parole divine, perché attraverso di esse offrivano “spirito e vita”.

San Francesco diffidava quindi del libro posseduto come simbolo di ricchezza, potere o superiorità, ma venerava la Parola custodita nel libro.

(A proposito del valore materiale e spirituale delle pergamene autografe del Santo, puoi leggere l'approfondimento dedicato al restauro della Chartula di San Francesco – Storia e restauro).

Per lui il Vangelo non era, prima di tutto, un testo da studiare, commentare o esibire. Era una forma di vita. Non bastava possedere il Vangelo: era il Vangelo a dover prendere possesso dell’esistenza e trasformarla.

Il Vangelo e San Francesco: la Parola che diventa vita

È da questa distinzione che nasce il significato dell’opera presente nel catalogo Antiquus: Il Vangelo e San Francesco: la Parola diventa Vita.

È dalla distinzione tra il libro posseduto e la Parola vissuta che nasce la chiave per comprendere l’opera presente nel catalogo Antiquus: Il Vangelo e San Francesco: la Parola diventa Vita.

L’opera riunisce il facsimile del Lectiones evangeliorum Clm 21597, manoscritto miniato realizzato nel 1462 e oggi conservato presso la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera, e una stampa raffigurante San Francesco mentre riceve le stigmate, realizzata su foglia d’oro a 23 carati.

Il manoscritto è posteriore di oltre due secoli alla morte di San Francesco e non gli appartenne. Il legame tra il Vangelo e il Santo non è quindi storico, ma simbolico e spirituale.

Da una parte vi è la Parola custodita nella bellezza di un manoscritto miniato; dall’altra, San Francesco che riceve le stigmate, segno estremo di una vita trasformata dalla sequela di Cristo.

Il Vangelo scritto incontra così l’uomo che cercò di tradurlo in ogni gesto della propria esistenza.

L’oro, le miniature e la legatura non sono soltanto elementi di pregio. Diventano un linguaggio capace di rendere visibile la preziosità della Parola e di invitare chi osserva il manoscritto ad andare oltre la sua bellezza materiale, verso ciò che le pagine custodiscono.

Forse la domanda più fedele allo spirito francescano non è: “Quanto vale questo libro?”, ma: “Quanto può ancora cambiare la nostra vita la Parola custodita nelle sue pagine?”.

San Francesco e il Sultano: l’incontro e la prova del fuoco

La stessa unione tra fermezza e apertura emerge nell’incontro tra San Francesco e il Sultano al-Malik al-Kamil.

Nel 1219, durante la quinta crociata, Francesco raggiunse l’accampamento musulmano presso Damietta, in Egitto. Aveva circa trentasette anni e sarebbe morto sette anni dopo. Non era ancora anziano, ma il suo fisico era già provato dalle privazioni, dalle penitenze e da una salute fragile. Una precedente missione verso il Marocco era stata interrotta proprio da una malattia.

Perché un uomo in quelle condizioni decise di affrontare un viaggio lungo e pericoloso, attraversando il Mediterraneo per entrare in un territorio di guerra?

La partenza per l’Egitto non fu un gesto improvviso. Francesco aveva già tentato di raggiungere la Siria e il Marocco per annunciare il Vangelo ai musulmani. Secondo Tommaso da Celano, a spingerlo era anche il desiderio del martirio: Francesco voleva testimoniare Cristo fino alle conseguenze più estreme, senza sottrarsi alla possibilità di essere ucciso.

Jacques de Vitry, vescovo di San Giovanni d’Acri e testimone contemporaneo della quinta crociata, racconta che Francesco, acceso dallo zelo della fede, si fece condurre davanti al Sultano e gli predicò il messaggio cristiano.

Non possiamo quindi trasformarlo in un moderno ambasciatore del dialogo interreligioso.

Francesco non si recò in Egitto soltanto per conoscere una cultura diversa e non abbiamo prove per descriverlo come un negoziatore incaricato di porre fine alla guerra. Desiderava annunciare il Vangelo e sperava nella conversione del Sultano, accettando anche la possibilità del martirio.

La sua straordinaria apertura non consisteva nel considerare tutte le convinzioni equivalenti. Consisteva nel modo scelto per testimoniare la propria fede: nel pieno di una guerra combattuta con le armi, Francesco attraversò le linee del conflitto povero, disarmato e affidato soltanto alla Parola.

Nella Regola non bollata dedicò un intero capitolo ai frati che desideravano recarsi tra i musulmani. Il testo risale al 1221, circa due anni dopo l’incontro di Damietta, e può quindi essere letto anche come il frutto dell’esperienza vissuta da Francesco in Egitto.

Francesco indicò ai frati due possibili modi di comportarsi.

Il primo consisteva nel non provocare «liti o dispute», nel vivere con umiltà e nell’essere sottomessi a ogni creatura umana per amore di Dio.

Il secondo prevedeva l’annuncio esplicito della fede, quando avessero compreso che quella era la volontà del Signore.

Proprio il racconto dell’incontro con il Sultano ci riporta al problema delle biografie di San Francesco e delle loro successive rielaborazioni.

Le fonti più antiche insistono soprattutto sulla cortesia con cui al-Malik al-Kamil avrebbe accolto Francesco. Non parlano, invece, della celebre prova del fuoco. Questo particolare compare nella Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, composta oltre quarant’anni dopo l’incontro e destinata a diventare la biografia ufficiale del Santo.

Secondo Bonaventura, Francesco propose che venisse acceso un grande fuoco e si dichiarò disposto a entrarvi insieme ai sacerdoti musulmani, affinché Dio mostrasse quale fosse la vera fede. Poiché questi si allontanarono, Francesco offrì di affrontare da solo le fiamme, ma il Sultano non accettò la proposta. Dunque, la prova non ebbe luogo.

La scena fu resa celebre anche dall’affresco della Basilica Superiore di Assisi, tradizionalmente attribuito a Giotto. Francesco indica le fiamme mentre i sacerdoti musulmani si ritirano e il Sultano assiste alla sfida. L’immagine traduce in forma visiva il racconto della Legenda maior e ha contribuito a fissarlo nell’immaginario collettivo.

Non possiamo sapere con certezza se Francesco abbia davvero proposto la prova. Il particolare non compare nelle testimonianze più antiche e appare almeno in tensione con il comportamento indicato nella Regola non bollata, che invitava i frati a evitare liti e dispute. Inoltre, le prove del fuoco, chiamate ordalie, erano state proibite dal Concilio Lateranense IV nel 1215.

Questi elementi permettono di interpretare l’episodio come una possibile elaborazione agiografica, introdotta per sottolineare il coraggio di Francesco, la sua disponibilità al martirio e il trionfo della fede cristiana.

Il confronto tra le fonti mostra così come un incontro fondato sull’ascolto e sulla reciproca accoglienza si sia trasformato nel tempo nel racconto di una sfida. Anche in questo caso, la biografia parla di San Francesco, ma rivela nello stesso tempo le intenzioni e le necessità dell’epoca in cui fu composta.

Ciò che rimane certo è che Francesco attraversò le linee della guerra per incontrare l’altro senza armi. Non rinunciò alla propria identità per rendere possibile l’incontro, ma non considerò la violenza o l’umiliazione dell’avversario strumenti adatti a difendere la verità.

Quella che oggi chiameremmo tolleranza, in Francesco era qualcosa di più esigente: fraternità senza perdita dell’identità, convinzione senza aggressività, testimonianza senza volontà di dominio.

Perché San Francesco è ancora attuale

A ottocento anni dalla morte, San Francesco continua a interrogarci perché seppe unire ciò che spesso consideriamo inconciliabile: radicalità e misericordia, fermezza e apertura, fedeltà alle proprie convinzioni e rispetto per gli altri.

Rinunciò alla ricchezza senza disprezzare i ricchi. Diffidò dei libri quando diventavano simboli di prestigio, ma venerò la Parola che custodivano. Attraversò il fronte della quinta crociata per testimoniare la propria fede davanti al Sultano, scegliendo di presentarsi senza armi.

Fu esigente con sé stesso, ma non trasformò mai le proprie scelte in un diritto a giudicare. La sua radicalità non nasceva dal desiderio di sentirsi migliore, ma dalla volontà di vivere fino in fondo il Vangelo.

Forse è questa la sua eredità più attuale: credere senza aggredire, rinunciare senza disprezzare, accogliere senza perdere la propria identità e non limitarsi a pronunciare parole giuste, ma avere il coraggio di trasformarle in vita.

Scopri di più sul patrimonio artistico e storico di San Francesco

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