La stigmatizzazione di San Francesco: il dolore, la luce e il canto

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Antiquus

Nel 2026 ricorrono ottocento anni dalla morte di san Francesco d’Assisi. La sua stigmatizzazione, avvenuta secondo la tradizione sul monte della Verna, è raffigurata in una miniatura senese del Duecento oggi conservata al J. Paul Getty Museum di Los Angeles. L’immagine apparteneva a un graduale, il libro dei canti della Messa: prima di raggiungere i fedeli attraverso le voci, la storia di Francesco si apriva davanti agli occhi dei cantori.

Le stigmate di san Francesco alla Verna, due anni prima della morte

Nel 1224 Francesco si ritirò sul monte della Verna per pregare e digiunare, era ormai segnato dalla fatica e dalla malattia. Sarebbe morto la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola: dalla stigmatizzazione alla fine della sua vita terrena passarono soltanto due anni.

Nell’anno dell’ottocentenario, questa vicinanza conta. La scena della Verna arriva al termine di un lungo cammino, dopo una scelta compiuta con convinzione e vissuta con tenace fedeltà alla Parola di Dio, al Vangelo.

Agli occhi del credente, le stigmate possono apparire come il suggello di quella dedizione: un dono giunto quando Francesco aveva già consacrato a essa gran parte della sua vita.

Francesco aveva lasciato la ricchezza e scelto di vivere secondo il Vangelo insieme ai suoi fratelli. La sua dedizione era cresciuta nel tempo, anche attraverso incontri concreti. Nel Testamento racconta che un tempo gli sembrava «troppo amaro» vedere i lebbrosi; dopo essersi avvicinato a loro e aver avuto misericordia, quell’amarezza si trasformò in dolcezza. Prima di ricevere sul proprio corpo le ferite della Croce, Francesco aveva imparato ad avvicinarsi alle ferite degli altri.

Alla Verna, secondo la tradizione francescana, comparvero sul suo corpo i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi e la ferita del costato. Le stigmate furono considerate un dono, il segno della sua profonda unione con Cristo. Furono anche un dono doloroso. Per comprendere Francesco occorre tenere insieme queste due dimensioni: l’amore con cui aveva seguito il Vangelo e la sofferenza che, negli ultimi anni, portò impressa nella carne.

Il serafino e le ferite della Croce

La miniatura mostra Francesco inginocchiato sul monte della Verna. In alto, Cristo crocifisso appare fra le ali di un serafino. È il momento della visione da cui, secondo la tradizione, ebbe origine la stigmatizzazione.

Che cos’è un serafino? È un essere angelico che la tradizione biblica raffigura con sei ali e associa alla vicinanza a Dio e all’ardore dell’amore divino. Fra quelle ali, però, Francesco vede il Crocifisso. Nella stessa figura convivono lo splendore del cielo e la sofferenza della Croce.

Bonaventura racconta che davanti alla visione Francesco provò insieme gioia e dolore: gioia per la vicinanza di Cristo, dolore nel vederlo crocifisso. La miniatura dà forma a quell’intreccio di emozioni. Dal corpo del Crocifisso partono sottili raggi diretti verso Francesco: raggiungono le mani, i piedi e il costato, imprimendo le ferite della Croce. I segni delle stigmate, dipinti in nero, sono piccoli ma ben visibili. Seguendo i raggi con lo sguardo, vediamo la luce della visione trasformarsi in una traccia dolorosa sul corpo del santo.

Attorno a Francesco, il monte è fatto di piani rocciosi grigiastri, fra i quali crescono piccoli alberi. In basso compaiono alcuni uccelli: questo collega la miniatura al racconto della predica agli uccelli. Nella stessa immagine ritroviamo così Francesco vicino alle creature e Francesco segnato dalla Passione di Cristo, ormai negli ultimi anni della sua vita.

Da Francesco agli altri stigmatizzati

Le stigmate di san Francesco divennero il grande punto di riferimento per una lunga tradizione di santi stigmatizzati nella Chiesa cattolica. Nei secoli successivi, le ferite della Passione furono associate ad altre figure, ma non sempre raccontate nello stesso modo.

Nel 1375, secondo la tradizione domenicana, Caterina da Siena ricevette stigmate splendenti di luce anziché di sangue.

Molti secoli dopo, nel 1918, Padre Pio da Pietrelcina ricevette le ferite visibili che avrebbero segnato la sua vita.

Due esperienze lontane nel tempo e diverse nella forma, entrambe legate al desiderio di partecipare alla sofferenza di Cristo.

Il significato delle stigmate, però, può spingere lo sguardo oltre le ferite dei santi. In un discorso rivolto ai frati della Verna nel 2024, papa Francesco invitò a riconoscere anche gli «stimmatizzati» che incontriamo nella vita: le persone segnate dalla sofferenza e dall’ingiustizia. È un pensiero che riporta all’inizio del cammino di Francesco, al suo incontro con i lebbrosi. Guardare le ferite che ricevette alla Verna può aiutarci a ricordare come aveva imparato a guardare quelle degli altri.

San Francesco e le radici cristiane della cultura europea

Francesco visse nell’Europa cristiana del Duecento, secoli prima delle divisioni confessionali nate con la Riforma, la sua storia nasce dalla fede nel Vangelo. Nei secoli la sua eredità ha raggiunto cristiani di tradizioni diverse ed è entrata nell’arte, nella letteratura e nella sensibilità europea. La povertà scelta, la fraternità, la ricerca della pace e l’attenzione alle creature continuano a suscitare domande anche in chi guarda alla sua vita da una prospettiva religiosa, culturale e valoriale differente.

Il Cantico delle creature ne è un esempio, Francesco lo compose negli ultimi anni, dopo l’esperienza della Verna.

Sapere che il suo corpo era ormai segnato dal dolore rende ancora più intensa la voce con cui chiamava sorelle e fratelli il sole, l’acqua e le altre creature.

A distanza di otto secoli, il Consiglio ecumenico delle Chiese, che riunisce chiese ortodosse, protestanti e anglicane, ha richiamato quel canto parlando della cura della casa comune: le parole di Francesco continuano a essere ascoltate oltre la tradizione ecclesiale in cui nacquero.

Anche la miniatura della stigmatizzazione appartiene a questo patrimonio.

Per chi crede, può essere un’immagine di contemplazione.

Per chi ama l’arte e la storia, racconta come nell’Europa medievale colore, oro, parole e canto potessero incontrarsi in una sola pagina, dando forma alla gioia, al dolore e al desiderio di comprendere la vita di un uomo.

Perché la miniatura di san Francesco si trovava davanti ai cantori?

L’immagine è racchiusa in una grande G miniata, dipinta su pergamena con colori a tempera e foglia d’oro. Fu realizzata a Siena intorno al 1275, circa mezzo secolo dopo la morte di Francesco. Il foglio apparteneva a un graduale e introduceva il testo e la musica per la festa del santo.

Messale e graduale sono entrambi libri della Messa, ma servivano a persone e momenti diversi della celebrazione.

Il messale raccoglie le preghiere pronunciate dal sacerdote, come le orazioni, i prefazi e il Canone, insieme alle indicazioni sui riti da compiere; può comprendere anche parti da lui cantate.

Il graduale contiene invece i testi e la notazione musicale dei canti destinati al coro.
Ecco perché questa miniatura si trovava davanti ai cantori.

Proviamo a guardarla con i loro occhi, lasciando per un momento la nostra abitudine a vedere immagini e video in continuazione, proviamo ad immaginare il loro stato d’animo e le lor emozioni. Il libro si apre. Francesco è inginocchiato sul monte; in alto appare il serafino. I raggi raggiungono le mani, i piedi e il costato, dove sono visibili le ferite.

Poi i cantori prendono fiato.

Nel Duecento non esistevano fotografie o video. Le immagini erano presenti nelle chiese, anche per educare ed impressionare i fedeli. Questa miniatura invece aveva un posto preciso: apriva il canto che celebrava Francesco. Non sappiamo che cosa provasse ciascuno davanti alla pagina, forse possiamo immaginarlo, però possiamo cogliere la forza di quella successione: prima l’immagine, poi la voce.

La scena poteva suscitare un’emozione che il respiro e l’ugola dei cantori portavano ai fedeli attraverso la musica.

Oggi non possiamo ascoltare quelle voci, perse nelle generazioni. Il foglio ci restituisce però il punto in cui gli occhi dei cantori incontravano la storia prima di affidarla al canto.

Proprio questo era uno dei ruoli delle immagini nei libri corali: accompagnare i canti delle feste con le scene a cui erano dedicati.

Rinaldo da Siena: un’attribuzione, non una firma

Il Getty Museum attribuisce la miniatura della stigmatizzazione di san Francesco a Rinaldo da Siena, artista attivo negli anni Settanta del Duecento. «Attribuisce» è la parola giusta: sul foglio non compare una firma. Rinaldo, ammesso che sia stato lui, non ci ha lasciato un biglietto da visita…

Il suo nome nasce dallo studio della miniatura e dal confronto con la pittura senese del tempo. È il lavoro degli storici dell’arte: osservare i dettagli, riconoscere somiglianze e proporre un autore, lasciando aperto ciò che le prove non permettono di chiudere.

La stessa prudenza, ad esempio, compare anche nella scheda di un dipinto della National Gallery di Londra. Il museo lo assegna al Maestro delle Clarisse, nome dato a un pittore senese la cui identità non è certa, e aggiunge: «forse Rinaldo da Siena».

La cosa sicura è che Rinaldo da Siena non aveva l’abitudine di firmare le sue opere…

Conosciamo dunque la città, il periodo e l’attribuzione proposta dal Getty. Il nome resta aperto allo studio, l’immagine, intanto, è davanti ai nostri occhi.

Chiunque l’abbia dipinta è riuscito a racchiudere un’intera vicenda dentro una sola lettera.

Il viaggio sconosciuto di un foglio

Dell'opera conosciamo due punti fermi:

  1. fu realizzata a Siena intorno al 1275,
  2. oggi è conservata al J. Paul Getty Museum di Los Angeles con la segnatura Ms. 71.

Fra Siena e Los Angeles si apre una storia che non è possibile ricostruire.

Quando il foglio fu separato dal graduale? Chi lo custodì nei secoli successivi? Per quali vie raggiunse il museo?

Purtroppo, non abbiamo elementi per rispondere…

Un indizio sul libro da cui proviene, però, esiste.

Nel 2011 Sotheby’s presentò all’asta un altro foglio, ornato da una grande iniziale S, e lo descrisse come parte dello stesso graduale della pagina conservata al Getty. Quella S introduceva un canto per una festa diversa da quella di san Francesco. I due fogli, un tempo riuniti nello stesso volume, avevano ormai preso strade separate. Il catalogo ci offre una traccia del manoscritto disperso, ma non racconta il viaggio della miniatura fino a Los Angeles, ma fa nascere un’altra domanda senza risposta:

in quale momento i suoi fogli presero strade diverse?

La voce dei primi cantori si è spenta da secoli, possiamo immaginarla risuonarla nelle Chiese dove il graduale fu ospitato, la miniatura che accompagnava il loro canto è arrivata fino a noi.

Guardarla oggi, nell’anno dell’ottocentenario

Antiquus propone una stampa fine art in scala 1:1 del foglio conservato al J. Paul Getty Museum, con oro 23 carati applicato a mano su dettagli selezionati. L’edizione è limitata a 149 esemplari numerati.

Il foglio misura circa 37 centimetri di larghezza per 53 di altezza. La G miniata, al suo interno, è alta poco più di 18 centimetri e larga quasi 13. Sono dimensioni che permettono di osservare bene tutti i dettagli, valorizzati dall’elevata qualità della stampa e dalle finiture applicate a mano: i raggi che partono dal serafino, il paesaggio roccioso e le cinque piccole ferite scure sul corpo di Francesco.

Nel 2026, ottocento anni dopo la morte del santo, possiamo guardare questa immagine come espressione di fede e come parte delle radici cristiane della cultura europea. Possiamo anche immaginare il momento per cui fu creata: il graduale aperto davanti ai cantori, i loro occhi fermi sulla miniatura, un istante di silenzio. Poi il respiro e il canto, che portava quella storia ai fedeli.

Riproduzione Fine Art 1:1 della miniatura di San Francesco con foglia d'oro 23 carati - Edizione Antiquus
Riproduzione Fine Art 1:1 della miniatura di San Francesco con foglia d'oro 23 carati - Edizione Antiquus
Riproduzione Fine Art 1:1 della miniatura di San Francesco con foglia d'oro 23 carati - Edizione Antiquus


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