C’erano un italiano, un francese e un austriaco

Posted by

Antiquus

Petrarca, il carro del Sole e il tempo che passa in un manoscritto dei Trionfi

C'erano un italiano, un francese e un austriaco

Quando ero giovane, prima dell'Unione Europea, circolavano molte barzellette che iniziavano sempre allo stesso modo: "C'erano un tedesco, un francese e un italiano...".

Guardando la storia di questo manoscritto dei Trionfi di Francesco Petrarca, viene quasi da sorridere, perché sembra cominciare allo stesso modo. C'è un italiano, Petrarca, che scrive un'opera allegorica sul destino dell'uomo. C'è una cultura francese di corte che la traduce, la rielabora e la veste di immagini. C'è la Lorena, con i suoi duchi e le sue biblioteche raffinate. C'è Eugenio di Savoia, condottiero e collezionista, figura già di per sé europea. C'è Vienna, dove il codice entra nelle raccolte imperiali. E poi arriva Napoleone, che porta il manoscritto a Parigi, prima che esso torni infine a Vienna.

Sembra una barzelletta d'altri tempi, ma è invece una piccola storia d'Europa.

Ed è forse questo il primo fascino del codice: prima ancora di aprirlo, prima ancora di guardare le sue miniature, il manoscritto ha già viaggiato. Ha conosciuto corti, principi, collezionisti, imperatori, guerre, requisizioni e ritorni. Un manoscritto dedicato ai Trionfi ha avuto, a sua volta, una vita quasi trionfale e avventurosa.

Un Petrarca diverso da quello che ricordiamo

Per noi italiani, Petrarca è soprattutto l'autore del Canzoniere.

È il poeta di Laura, dell'amore non posseduto, della memoria, dell'inquietudine interiore. È l'uomo che guarda dentro se stesso e trasforma il desiderio in poesia. Lo ricordiamo per i sonetti, per il dissidio interiore, per quella voce modernissima che sembra parlare ancora oggi delle contraddizioni del cuore.

Ma Petrarca non è solo questo.

Accanto al Petrarca lirico, intimo, amoroso, esiste un altro Petrarca: morale, allegorico, visionario. È il Petrarca dei Trionfi.

I Trionfi sono un'opera oggi meno popolare del Canzoniere, ma straordinaria per ambizione.

Petrarca immagina una serie di vittorie simboliche: Amore trionfa sugli uomini, ma viene vinto dalla Castità; la Castità è vinta dalla Morte; la Morte dalla Fama; la Fama dal Tempo; e infine il Tempo viene superato dall'Eternità.

È una grande processione morale. Un teatro dell'anima. Ogni forza sembra invincibile, fino a quando non incontra qualcosa di più grande. L'amore domina gli uomini, ma la virtù può vincerlo. La morte sembra distruggere tutto, ma la fama prolunga la memoria. La fama pare salvare l'uomo dall'oblio, ma il tempo finisce per consumare anche la fama. Solo l'eternità, alla fine, può vincere il tempo.

Questa struttura si prestava magnificamente alla miniatura. Carri trionfali, personaggi storici, eroi antichi, amanti celebri, filosofi, re, condottieri, figure bibliche e mitologiche: tutto poteva diventare immagine. Ed è proprio ciò che accade nel magnifico manoscritto oggi conservato alla Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna, il codice 2582.

Un Petrarca francese, lorenese e viennese

Il codice 2582 fa parte di una coppia di volumi dedicati ai Trionfi di Francesco Petrarca, conservati a Vienna. Non siamo davanti a un Petrarca semplicemente copiato in italiano. Siamo davanti a un Petrarca viaggiato, tradotto, adattato, assorbito da una cultura di corte.

Il manoscritto è legato alla fortuna francese dell'opera. La tradizione attribuisce la traduzione dei Trionfi a Simon Bougouyn, o Bourgoin, ma il codice viennese non conserva semplicemente quella versione in versi: contiene invece una redazione francese in prosa. Questo dettaglio è importante, perché ci fa capire che l'opera non viene soltanto trascritta: viene interpretata.

Il secondo volume, il codice 2582, comprende 66 grandi miniature. Le immagini sono racchiuse in cornici architettoniche: colonne, pilastri, architravi, timpani, strutture dorate che trasformano ogni scena in una specie di piccolo teatro.

Queste miniature non sono semplici illustrazioni. Non si limitano a mostrare i carri allegorici dei Trionfi. Allargano il racconto, sviluppano episodi, fanno entrare nella pagina la storia antica, la mitologia, la Bibbia, la memoria medievale e la cultura morale del tempo.

Il risultato è affascinante: il manoscritto diventa una specie di enciclopedia visiva della memoria europea.

La storia movimentata del manoscritto

Anche la provenienza del codice sembra uscita da un romanzo.

Il manoscritto appartenne alla biblioteca dei duchi di Lorena. Il commentario ricorda il legame con Renato II di Lorena e con il suo successore Antoine; un inventario del 1544 menziona due volumi illustrati del Petrarca, descritti come libri in pergamena, scritti a mano, istoriati, ricoperti di velluto viola e ornati d'argento dorato.

Poi il codice passò nelle mani del principe Eugenio di Savoia. Dopo la sua morte, insieme alle sue collezioni, entrò nel 1738 nelle raccolte dell'imperatore Carlo VI. Da lì arrivò alla Biblioteca di Vienna.

Ma la storia non finisce sugli scaffali imperiali. Nel 1809 Napoleone portò il manoscritto a Parigi. Solo dopo la caduta dell'Impero, fra il 1814 e il 1815, il codice tornò a Vienna.

Ecco perché l'immagine della vecchia barzelletta funziona così bene. C'è Petrarca, italiano. C'è la Francia che lo traduce e lo reinventa. C'è la Lorena che lo custodisce. C'è Eugenio di Savoia che lo colleziona. C'è l'Austria imperiale che lo acquisisce. C'è Napoleone che lo porta via. E c'è Vienna che lo riaccoglie.

Pochi manoscritti raccontano in modo così efficace quanto la cultura europea sia sempre stata un intreccio di lingue, viaggi, guerre, biblioteche, ambizioni dinastiche e ritorni inattesi.

Petrarca non è solo l'autore: entra nel manoscritto

Una delle caratteristiche più belle di questo manoscritto è che Petrarca non è soltanto l'autore dell'opera.

Petrarca diventa parte del manoscritto.

Non è più solo la voce che ha composto i Trionfi. È una figura che entra nello spazio miniato, abita le immagini, guarda le scene, sogna, contempla, indica. Il libro non si limita a trasmettere Petrarca: lo mette in scena. Lo trasforma in personaggio, quasi in guida visiva del lettore.

Questa scelta crea un doppio livello di lettura. Da una parte c'è il Petrarca storico e letterario, l'autore dell'opera. Dall'altra c'è il Petrarca miniato, vestito di rosso, collocato dentro il paesaggio, chiamato ad assistere alle allegorie che lui stesso ha immaginato.
Petrarca guarda ciò che Petrarca ha scritto.

Non è un dettaglio secondario. Nei Trionfi, l'esperienza poetica è anche esperienza morale. Il poeta non racconta solo una sequenza di allegorie: attraversa una meditazione sul senso della vita, dell'amore, della morte, della fama, del tempo e dell'eternità.

Per questo la presenza di Petrarca nelle miniature è così intensa. Egli è il nostro tramite. Noi guardiamo la scena attraverso di lui. E, in alcuni casi, guardiamo lui che guarda.

È ciò che accade in una delle immagini più suggestive del codice: il foglio 231.

Un foglio da leggere su due lati

Per capire davvero questa miniatura non basta guardare il lato illustrato del foglio.

Bisogna voltarlo.

Il foglio 231 recto presenta una pagina di testo in francese, introdotta dalla rubrica "du temps": "del tempo". È una pagina apparentemente meno spettacolare della miniatura. Non ci sono cavalli, né cielo azzurro, né cornici dorate. C'è solo la scrittura, ordinata e fitta, che prepara il senso dell'immagine.

Eppure è proprio qui che la miniatura trova la sua chiave.

f. 231v - Francesco Petrarca contempla il carro del Sole trainato da quattro cavalli | Antiquus

Il testo ragiona sul Sole, sull'anima, sul corpo glorioso e sulla fama dell'uomo. Il Sole è presentato come un astro potentissimo: si muove nel cielo, illumina il mondo, produce effetti sulla realtà materiale. Ma non è l'ultima misura delle cose. L'anima lo supera. Il corpo glorioso lo supera. La luce spirituale è più alta della luce fisica. Il Sole produce effetti materiali e corruttibili; l'anima produce effetti spirituali: intelletto, amore, gioia, possesso, fruizione.

Questa pagina ci dice una cosa fondamentale: il Sole è immenso, ma non è assoluto.

Così, quando sul verso vediamo Petrarca indicare il carro solare, comprendiamo meglio il suo gesto. Non sta semplicemente indicando un astro. Sta indicando il limite del mondo visibile. Il Sole domina il cielo, ma anche il Sole appartiene al tempo. Anche il suo corso, per quanto magnifico, è movimento, successione, passaggio.

Il recto e il verso del foglio dialogano tra loro.

Sul recto c'è il pensiero: il Sole, l'anima, la fama, la superiorità dello spirituale sul materiale.

Sul verso c'è l'immagine: Petrarca, il paesaggio terreno, il carro del Sole, il tempo che corre nel cielo.

È come se il manoscritto funzionasse in due tempi. Prima ci offre la meditazione, poi la visione. Prima ci dice che il Sole non basta a spiegare il destino dell'uomo; poi ci mostra Petrarca che indica quel Sole con uno sguardo quasi sornione, come chi ha capito il meccanismo e invita anche noi a capirlo.

Per questo il retro non è affatto secondario. È la parte silenziosa che rende più profonda la miniatura. Senza il testo, potremmo vedere soltanto una bella scena celeste. Con il testo, capiamo che il carro del Sole è anche una lezione morale: il tempo passa, il mondo materiale è corruttibile, la fama umana è fragile, ma l'anima appartiene a un ordine più alto.

La pagina scritta e la pagina miniata sono due facce della stessa meditazione.

Da una parte, il manoscritto parla. Dall'altra, Petrarca indica.

Il foglio 231v: Petrarca davanti al carro del Sole

La miniatura del foglio 231 verso appartiene al Trionfo del Tempo, il commentario la identifica come "Petrarca contempla il carro del sole trainato da quattro cavalli".

La scena è apparentemente semplice.

In basso, in un paesaggio verde e collinare, Petrarca è in piedi. Indossa una lunga veste rossa, ornata d'oro. Alle sue spalle si alzano rocce, alberi, case, piccoli edifici, un paesaggio abitato ma silenzioso. In alto, nel cielo, corre il carro del Sole, trainato da quattro cavalli.

Il cielo è attraversato da nuvole ondulate; il disco solare appare come una grande presenza ardente.

Ma la forza dell'immagine non sta solo nel Sole.

Sta nel volto e nel gesto di Petrarca.

Petrarca indica il sole, ma non sembra stupito. Non spalanca gli occhi, non arretra, non appare sorpreso da un miracolo. Il suo sguardo è composto, intelligente, quasi sornione. C'è qualcosa di appena divertito nella sua espressione, come se avesse già compreso ciò che noi stiamo ancora cercando di capire.

Non sembra dire: "Guardate che meraviglia".

Sembra dire: "Fate attenzione".

Il dito puntato verso il carro del Sole non è soltanto un gesto descrittivo. È un avvertimento.

Petrarca non indica il Sole per mostrarci un fenomeno celeste, ma per richiamarci a una verità più profonda: il tempo passa, e passa per tutti.

È come se dicesse: "Lo vedete? Corre. E corre anche per voi".

f. 231v - Francesco Petrarca contempla il carro del Sole trainato da quattro cavalli | Antiquus

Il carro del Sole: movimento, non astronomia

Guardando la miniatura, nasce una domanda curiosa: il carro del Sole tira il Sole, lo spinge, lo accompagna?

Dal punto di vista simbolico, forse la domanda non va risolta in modo meccanico. Non siamo davanti al disegno tecnico di un veicolo celeste, ma a un'immagine poetica. Il carro, i cavalli e il disco solare appartengono alla stessa idea visiva: il corso del Sole nel cielo.

Il miniatore crea volutamente dinamismo. I cavalli avanzano in sequenza, il carro è spostato verso destra, il grande disco luminoso sembra proiettato in avanti. Il cielo è mosso, pieno di linee e onde azzurre. Tutto suggerisce corsa, movimento, accelerazione.

Il carro non deve spiegare l'astronomia. Deve farci sentire la corsa dei giorni.

Sopra, il cielo corre.

Sotto, Petrarca resta fermo.

Il contrasto è bellissimo. Il poeta non può fermare il Sole, non può trattenere il giorno, non può impedire al tempo di scorrere. Ma può guardarlo, può comprenderlo, può trasformare la fugacità in pensiero e il pensiero in poesia.

La piccola costruzione nel verde

In basso, quasi nascosta nel paesaggio, si vede una piccola costruzione tra il verde: una casa, forse un piccolo edificio rurale o una cappella campestre. Non sembra, almeno a prima vista, un elemento identificabile con certezza come luogo storico o episodio preciso.

Ma proprio la sua apparente marginalità è interessante.

Quella costruzione rappresenta il mondo umano. È piccola, quieta, immersa nella natura. Vicino a essa ci sono altre case, torri, mura, edifici. Sono segni della vita terrena: abitare, costruire, difendersi, lasciare tracce. Sono le cose che gli uomini fanno per durare.

Ma sopra tutto questo corre il carro del Sole.

Il piccolo edificio nel verde diventa così un contrappunto visivo. Da una parte il moto cosmico, dall'altra la fragilità delle costruzioni umane. Da una parte il cielo, dall'altra la terra. Da una parte il tempo che passa, dall'altra ciò che noi vorremmo fermare.

E in mezzo c'è Petrarca.

Quel dito alzato

La cosa più affascinante della miniatura resta forse quel dito alzato.

Con quel gesto Petrarca collega il cielo e la terra, il carro del Sole e il paesaggio, il moto cosmico e la vita del lettore. Sta dentro la miniatura, ma sembra rivolgersi anche fuori dalla miniatura, verso di noi.

In questo senso, il poeta non è solo personaggio della scena. Diventa una guida. Il suo gesto attraversa la pagina. Indica il Sole, certo; ma in realtà indica la condizione umana.

Quasi con ironia, Petrarca sembra ricordarci che noi uomini costruiamo case, castelli, biblioteche, collezioni, imprese, memorie; e intanto, sopra di noi, il carro del Sole continua la sua corsa, il tempo passa, inesorabile.

Il suo sguardo non è disperato. È più intelligente che malinconico. È lo sguardo di chi conosce il gioco del mondo: tutto ciò che appare stabile è in realtà provvisorio; tutto ciò che sembra nostro ci viene lentamente sottratto dal tempo.

Eppure proprio questa consapevolezza non lo annulla. Anzi, lo rende più lucido. Petrarca non può fermare il Sole, ma può indicarlo. Non può vincere il tempo con la forza, ma può comprenderlo con la poesia.

Il tempo che passa e ciò che resta

Nel Trionfo del Tempo, Petrarca riflette sulla fugacità delle cose e dei giorni. È inutile, dice in sostanza il poeta, legare il cuore a ciò che il tempo consuma. Più stringiamo le cose, più esse ci sfuggono. La vita mortale è breve, e anche la fama, che sembrava poter vincere la morte, viene infine travolta dal tempo.

Il carro del Sole diventa allora l'immagine perfetta del tempo che passa. Ogni giorno il Sole attraversa il cielo. Ogni giorno sembra tornare uguale, eppure ogni giorno ci porta via qualcosa. La sua corsa è regolare, luminosa, magnifica; ma proprio per questo è inesorabile.

E tuttavia il foglio 231r ci aveva già preparato a una conclusione più sottile. Il Sole è grande, ma non è tutto. La luce fisica non è l'ultima luce. Il corpo mortale passa, la fama può indebolirsi, il mondo materiale è corruttibile; ma l'anima appartiene a una dimensione più alta.

Ecco allora il punto: il Tempo vince le cose terrene, ma non ha l'ultima parola.

Dopo il Trionfo del Tempo verrà il Trionfo dell'Eternità. La miniatura non è solo una meditazione malinconica sulla caducità. È anche una soglia. Petrarca indica il Sole, ma oltre il Sole ci invita a pensare a qualcosa che il Sole non può contenere.

Una piccola macchina filosofica

Questa pagina è molto più di una bella immagine miniata.

È una piccola macchina filosofica. Mette insieme il mito antico del carro solare, la poesia di Petrarca, la cultura francese di corte, la cosmologia medievale, la meditazione cristiana sull'anima e una riflessione universale sul tempo.

In alto c'è il Sole che corre.

In basso c'è il mondo umano che sembra stabile, ma non lo è.

Sul recto c'è il testo che ragiona.

Sul verso c'è Petrarca che indica.

E poi ci siamo noi, molti secoli dopo, a osservare la stessa scena. Anche noi vediamo il Sole passare ogni giorno. Anche noi sappiamo che il tempo non si ferma. Anche noi costruiamo case, biblioteche, imprese, ricordi, sperando che qualcosa resti.

Forse è per questo che questa miniatura ci parla ancora. Non perché appartiene al passato, ma perché parla di una cosa che non è mai passata: la nostra lotta silenziosa con il tempo.
Il manoscritto, del resto, ne è la prova materiale. Ha attraversato corti, guerre, collezioni, imperi, requisizioni e restituzioni. Ha visto passare duchi, principi, imperatori e Napoleone. Tutti loro sono passati. Il manoscritto è ancora qui.

E Petrarca, nella sua veste rossa, continua a indicare il Sole.

Non con stupor, ma con consapevolezza.

Con un sorriso appena accennato, come chi conosce da tempo la verità e ci invita, finalmente, a guardarla, anche sul nostro catalogo:

Scopri la scheda completa e acquista la tua copia sul catalogo Antiquus.


Scopri gli articoli di Antiquus


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Arte, antichità e collezionismo

Ultime notizie dal blog