Un libro che parla anche a chi non lo legge

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Il Vangelo di Marco ad Aquileia: quindici secoli di fede, uomini e storia europea

Ci sono libri che leggiamo e altri che, pur senza poterli leggere, continuano a parlarci attraverso i secoli.

È una sensazione difficile da spiegare ed è quella che mi è rimasta più profondamente dentro dopo aver partecipato all’inaugurazione della mostra “Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo”, ad Aquileia.

Sono arrivato pensando di vedere un manoscritto straordinariamente antico. Sono ripartito con il cuore colmo di qualcosa di molto più difficile da descrivere: un’opera, una storia e soprattutto ciò che uomini e istituzioni sono riusciti a fare per riportarla, almeno per qualche tempo, alla sua unità.

Per la prima volta dopo circa sette secoli, infatti, le tre parti superstiti del Vangelo di Marco sono state riunite in originale ad Aquileia, nel luogo nel quale il manoscritto era prodotto e custodito prima di essere smembrato.

È questo il fatto straordinario dal quale nasce la mostra.

Curata da Martina Dlabajová, Cristiano Tiussi e Luca Villa, promossa e organizzata da Fondazione Aquileia, l’esposizione è il punto d’arrivo di un lungo lavoro di collaborazione scientifica, istituzionale e diplomatica che ha messo in relazione persone e istituzioni italiane e ceche.

Dietro quelle poche pagine di pergamena c’è quindi anche una storia molto contemporanea: quella di istituzioni civili, religiose, museali e scientifiche che hanno scelto di collaborare affinché ciò che la storia aveva separato potesse essere nuovamente riunito.

La Fondazione Aquileia ha lavorato insieme, tra gli altri, con il Comune e la Fondazione Società per la Conservazione della Basilica di Aquileia, il Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli, la Procuratoria di San Marco a Venezia, il Capitolo Metropolitano di San Vito di Praga e l’Archivio del Castello di Praga presso la Cancelleria della Presidenza della Repubblica Ceca.

Un lavoro corale, reso possibile da competenze molto diverse e da una comunione d’intenti non scontata.

La storia aveva diviso il libro. La collaborazione fra gli uomini lo ha riunito.

Aquileia

La prima impressione è arrivata ancora prima di entrare nella Basilica.

Aquileia colpisce per la sua bellezza, ma anche per l’ordine, la pulizia e la cura. È quella sensazione che si prova quando ci si trova in un luogo nel quale il patrimonio ricevuto dal passato non sembra semplicemente conservato, ma rispettato e vissuto.

Non è un luogo qualunque. Fondata dai Romani nel 181 a.C. e dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1998, Aquileia fu un grande crocevia fra Mediterraneo, area balcanica ed Europa centro-orientale. Da Aquileia partirono missionari ed evangelizzatori verso l’Europa centrale, il mondo slavo e i Balcani. Oltre alle autorità, all’inaugurazione erano presenti moltissime persone comuni, come chi vi scrive…

Quello che mi ha colpito non è stata l’importanza delle presenze, ma piuttosto l’atteggiamento delle persone. Si “sentivano” partecipazione, rispetto e un attaccamento profondo, qualcosa che andava oltre il protocollo di una cerimonia ufficiale.

È stato allora che ho cominciato a percepire uno degli aspetti che più mi sarebbero rimasti dentro: la dimensione profondamente cristiana di ciò che stavamo vivendo e, contemporaneamente, il suo respiro europeo.

Non erano due dimensioni contrapposte, al contrario, sembravano intrecciarsi e appartenere alla stessa storia.

Aquileia oltre la storia: è ancora oggi un punto d’incontro tra fede, memoria e storia europea.

Due momenti, una sola storia

La presentazione si è sviluppata in due momenti distinti e profondamente complementari.

Il primo nella Basilica di Aquileia, con gli interventi delle autorità civili e religiose.

Il secondo a Palazzo Meizlik, con l’inaugurazione della mostra e, finalmente, l’incontro con il manoscritto.

Erano due spazi fisicamente separati, ma non due linguaggi differenti. Si completavano.

Nella Basilica si comprendeva la matrice spirituale della storia che stavamo per incontrare, nelle sale della mostra quella stessa storia diventava materia: pergamena, inchiostro, scrittura, nomi, documenti, frammenti.

L’argomento, la bellezza dei discorsi, l’energia facevano dimenticare la scomodità delle panche della Basilica, soprattutto dopo quattro ore di macchina…

Non è un collegamento costruito artificialmente. Aquileia divenne molto presto uno dei grandi centri cristiani dell’Occidente e un punto di diffusione del cristianesimo verso l’Europa centrale e i Balcani. Il suo ruolo di mediazione fra Mediterraneo, mondo slavo e area centro-orientale attraversa tutta la sua storia.

Davanti a un Vangelo del VI secolo, tutto questo smette improvvisamente di essere soltanto storia raccontata. Diventa qualcosa che possiamo vivere e vedere.

Due luoghi, due momenti, una sola storia

Un libro del VI secolo

Al centro della vicenda c’è il Codex Forojuliensis, o Evangeliario Forogiuliese, oggi conservato a Cividale del Friuli. È un manoscritto in pergamena del VI secolo, scritto in una solenne onciale latina.

Oggi il codice contiene i Vangeli di Matteo, Luca e Giovanni, ma in origine comprendeva anche quello di Marco. Secondo gli studiosi giunse probabilmente nell’area aquileiese verso la metà del IX secolo, all’epoca del patriarca Teodemaro, che lasciò la propria firma sul codice. Da allora divenne uno dei libri liturgici più importanti della Chiesa di Aquileia.

Probabilmente tra il XII e il XIII secolo il Libro di Marco fu estratto dall’Evangeliario e cominciò ad avere una vita autonoma. Per secoli quelle pagine furono venerate come se fossero state scritte dalla mano stessa dell’evangelista Marco.

Oggi sappiamo che questa attribuzione appartiene alla tradizione e non alla realtà storica del manoscritto. Ma liquidarla come una semplice leggenda significherebbe perdere una parte essenziale della sua storia. Per gli uomini del Medioevo quella convinzione aveva un valore reale: trasformava il manoscritto in reliquia e contribuì a determinarne il destino politico, religioso e materiale.

Il manoscritto non racconta soltanto il Vangelo, racconta anche ciò che gli uomini hanno creduto di vedere in quel Vangelo.

Oltre 1.500 nomi: il Liber Vitae

C’è poi un particolare che mi ha colpito forse ancora più della sua antichità: i nomi scritti sulle sue pagine.

Tra il IX e il X secolo l’Evangeliario assunse anche la funzione di Liber Vitae, il “Libro dei Viventi”. Sui margini furono annotate centinaia e centinaia di persone, oltre 1.500 secondo i materiali della mostra, provenienti da un’area vastissima: Alemagna, Baviera, Carantania, Pannonia, Moravia, Croazia, Bulgaria, Bisanzio e altri territori ancora.

Non erano semplici firme lasciate per testimoniare un passaggio, come si fa, ad esempio, in un museo. Erano annotazioni commemorative di fedeli e pellegrini che affidavano il proprio nome, e in qualche modo la propria vita, alla memoria della comunità e alla protezione dei martiri.

Questo cambia completamente la natura del manoscritto, perché non è più soltanto un contenitore di parole.

Diventa un luogo sacro attraversato dagli uomini.

Quelle pergamene conservano il testo evangelico, ma conservano anche le tracce di generazioni che a quel testo si sono avvicinate. Di moltissimi di quei nomi non sappiamo quasi nulla, eppure sono ancora lì.

È difficile non pensare alla fragilità della nostra presenza e, insieme, alla forza di un segno affidato alla materia.

Gli uomini sono passati, mentre il libro ha custodito i loro nomi.

Millecinquecento nomi contro l’oblio

Insieme dopo sette secoli

La storia del manoscritto, però, è anche una storia di separazioni.

Cividale, Praga e Venezia hanno custodito parti differenti di una storia che in origine era una sola.

Ed è proprio qui che la mostra di Aquileia acquista un valore straordinario: per la prima volta dopo circa sette secoli, le tre parti superstiti sono state riunite in originale nel luogo dal quale quella storia era partita.

Non è semplicemente un risultato espositivo. È il frutto di un lavoro complesso di fiducia, relazioni, ricerca, conservazione, trasporto e responsabilità condivisa tra istituzioni di Paesi diversi.

Le tre parti, separate dalla storia, non hanno mai smesso di appartenere allo stesso racconto.

Riunite, non perdono la propria identità: acquistano un significato più pieno.

Sette secoli di distanza. Un solo racconto, finalmente ricomposto.

Cristiano ed europeo

La matrice cristiana di questa vicenda è evidente e non avrebbe senso attenuarla.

Siamo davanti a un Evangeliario.

Siamo ad Aquileia, in uno dei luoghi simbolo della diffusione del cristianesimo nell’Europa antica e medievale. Stiamo parlando di pagine che per secoli furono venerate come legate direttamente all’evangelista Marco.

Proprio questa identità così profondamente cristiana, almeno nella mia esperienza di quella giornata, non restringeva l’orizzonte. Lo allargava.

Il cristianesimo appariva contemporaneamente come fede, memoria religiosa, un sistema valoriale e una delle grandi trame sulle quali si è costruita la storia europea. E’ una storia fatta di città, viaggi, conflitti, pellegrinaggi, sovrani, comunità, culture e popoli diversi.

Il Liber Vitae ne offre quasi una fotografia: nomi provenienti dall’Europa centrale, dal mondo slavo e da quello bizantino, tutti confluiti sulle pagine di uno stesso libro.

Quindici secoli dopo, attorno allo stesso manoscritto, si sono ritrovate nuovamente persone e istituzioni italiane e ceche, autorità civili e religiose, studiosi e visitatori comuni.

Non un’Europa astratta o soltanto istituzionale, dunque, ma un’Europa dei popoli resa visibile da un oggetto concreto che ha attraversato i secoli e i confini.

Una fede antica, un respiro europeo

Un manoscritto che continua a parlare

Aquileia, per me, non è stata una scoperta. È stata piuttosto una conferma, resa straordinaria dal lavoro compiuto per riunire, dopo circa sette secoli, le parti superstiti di un manoscritto che la storia aveva separato.

Da tempo sono convinto che il valore di un manoscritto antico non si esaurisca nella sua fisicità: nella pergamena, nella scrittura, nelle miniature, nella legatura o nella tecnica con cui è stato realizzato.

Tutto questo è prezioso, naturalmente, ma è il mezzo attraverso il quale qualcosa di molto più grande riesce ad attraversare il tempo.

Il valore più profondo di un manoscritto è ciò che continua a raccontare agli uomini.

E ciò che racconta non rimane immobile.

Cambiano gli uomini, cambiano le domande, cambiano i contesti e con essi si arricchiscono e si rinnovano anche i significati che siamo capaci di riconoscere nelle stesse pagine.

Per chi lo venerò come reliquia, il Vangelo di Marco parlava innanzitutto di fede.

Per sovrani e istituzioni fu anche simbolo di prestigio e di potere.

Per gli studiosi è una straordinaria testimonianza storica e filologica.

Per noi, oggi, racconta anche di memoria, di identità, di Europa, di rapporti fra popoli e della capacità di uomini e istituzioni di collaborare per ricomporre ciò che la storia aveva diviso.

Il manoscritto è lo stesso, ma il dialogo con gli uomini non è mai identico.

Ed è proprio questo a mantenerlo vivo: ogni generazione vi incontra qualcosa di nuovo, senza cancellare ciò che le generazioni precedenti vi hanno riconosciuto e lasciato.

Anche ciò che accadrà durante la mostra lo dimostra in maniera quasi simbolica. Dopo le prime sei settimane di esposizione, per ragioni di conservazione, due dei tre frammenti originali saranno sostituiti da facsimili identici.

Cambierà la materia che avremo davanti agli occhi, ma non si interromperà il racconto.

Il facsimile non diventa l'originale e non pretende di sostituirne il valore. Permette però a quella storia di continuare a essere vista, conosciuta e trasmessa quando la fragilità dell'originale impone di proteggerlo.

Forse è proprio questa la forza più sorprendente dei manoscritti: attraversano i secoli senza rimanere prigionieri del tempo in cui sono nati.

La materia resta. Il messaggio si rinnova.

PS: siete curiosi di conoscere la storia dei tre frammenti?

La storia dei tre frammenti è forse la parte più sorprendente dell’intera vicenda, perché quelle pagine non si sono disperse per caso: ognuna ha seguito una strada determinata dalla fede, dal prestigio, dalla politica e dal potere.

Tra il XII e il XIII secolo il Vangelo di Marco venne separato dal Codex Forojuliensis. Nel manoscritto oggi conservato a Cividale rimasero soltanto la pagina iniziale e quella finale del testo marciano. Da quel momento il Vangelo cominciò una storia autonoma, venerato come reliquia perché ritenuto dalla tradizione scritto dalla mano stessa dell’Evangelista Marco. Il marketing non è una novità del XX secolo…

Poi, nel 1354-1355, avvenne una nuova separazione. Carlo IV di Boemia, durante la sua discesa in Italia, chiese al Patriarca di Aquileia Nicolò di Lussemburgo, suo fratellastro, alcune pagine del prezioso Vangelo da portare nella Cattedrale di Praga. Il gesto testimonia quanto quel manoscritto fosse ormai considerato non soltanto una reliquia, ma anche un oggetto di enorme prestigio spirituale e politico.

Circa sessant’anni più tardi la storia cambiò ancora. Nel 1420, con la conquista del Patriarcato di Aquileia, Venezia prese possesso della parte residua del Vangelo. Il 24 giugno di quell’anno la reliquia fu trasferita nella Basilica di San Marco: un gesto religioso, ma anche fortemente simbolico e politico, che accompagnava il nuovo rapporto di forza tra Aquileia e la Serenissima.

Cividale. Praga. Venezia.

Tre luoghi, tre destini, tre parti della stessa storia.

Per circa sette secoli quelle pagine sono rimaste separate, eppure non hanno mai smesso di appartenere allo stesso libro e allo stesso racconto.

È proprio questo che rende straordinaria la mostra di Aquileia: per la prima volta dopo circa sette secoli le tre parti superstiti sono tornate insieme, nel luogo in cui quella storia aveva avuto origine prima dello smembramento.

Sarà un incontro destinato a durare poco. Dopo le prime sei settimane di esposizione, per ragioni di conservazione alcuni degli originali saranno sostituiti da facsimili.

Un dettaglio che rende ancora più prezioso poterli vedere oggi riuniti.

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